La vita è bella


Amare un poeta è amare l’Amore
20 maggio, 2007, 1:11 pm
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L’Infinito

miracolo

dell’amore

è la fusione

di due anime

atta a volare

in un’unica realtà

della percezione sensoriale

 

 

Lucciola in una notte

d’inverno,

la speranza

sostiene

nelle attese lunghe

secoli

in attesa

di riconginugersi

alla tua anima,

la mia.

 

 

 

 

 

Non-vita

E’ la vita

Senza amore

  

 

 

Giorni come notti,

luce più scura del buio,

speranza mera illusione,

il pensiero che non arriva…

Presente che è solo passato

e futuro, ma la morte

è solo morte.

Eppur’io vivo:

nella tua mente,

nei tuoi sogni,

nei tuoi desideri,

nelle giornate tue…

                                                      “Vivere…in te”

 

 

 

Cielo cromato

ritrovo nella laguna

infinitamente profonda

come il mio sentore-

pensiero che simile

                          ad un bagliore

illumina

la notte del buio

-là fuori…-

E’ una scia di luci

luccicanti quella che

divide il blu

                         dalla notte sul cielo…

La striscia luminosa

si fa linea sottile

e con le luci danza

La vista abbagliata

dal fenomenico

che se la ride



Primavera, futuro
23 aprile, 2007, 3:35 pm
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Primavera vien senza avviso

stesa al sole di un giorno pensieroso

s’affaccia il tuo viso di gioia perenne

e ti penso uguale ogni istante all’ardore

del primo giorno.

Cresceremo seguendo vie altere

ma in fondo resteremo sempre

neonati nella culla del mondo

in cui siamo catapultati.



Un giorno da piccoli
10 aprile, 2007, 3:12 pm
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images.jpgRitorniamo piccoli in un angolo di mondo, rispecchiandoci nell’acqua di Garda.

Da gita alla casa di un altro Poeta, il passo è stato breve. Ci siamo immersi nella casa di Prezzemolo, poco male se penso che il divertimento non è mancato e il Poeta non muore due volte. E’ come riprendersi, da adulto, un pezzo di vita di bimbo. Andare sulle giostre, inoltrarsi per improbabili giungle, attraversando la Valle dei Re, su un carretto mezzo sfasciato, insieme a te, è stato un tuffo nell’infanzia. E m’è parso di aver trascorso un po’ del tempo di bambini, insieme.



Agosto – La casa del Poeta
7 aprile, 2007, 11:41 am
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sinf14.jpgLa seconda volta che ci andavo, ed era esattamente come ricordavo: il sentiero di pietra che porta su per il pendio, gli alberi di giuggiolo, la chiesa…

Ed ecco la casa dove il poeta aretino trascorse gli ultimi dì della sua esistenza: anche lei, sempre la stessa… stessi muri, stesse stanze…forse più affollata di quando il padrone era in vita.

Ora, a fare da testimone di una gloriosa vita.

 

Dai balconi, dalle finestre, un paesaggio dove domina la maestà della natura. Non in lontananza, una collina che verdeggia dietro l’altra. Niente costruzioni, solo natura, natura e ancora natura…l’Immensa.

 

Un Romantico sarebbe arrivato a provarvi il Sublime. Un poeta del Duecento chissà. Sicuramente un sentimento non meno invidiabile.

 

L’ultima casa del Petrarca è un po’ come lui: alcune stanze buie e tetre, altre soleggiate e solari. Una casa che sembra tutto un quadrato squadrato. Mi ricorda tanto il cubo da giocare. Due piani, perimetro quadrato (la vedo così), una scala esterna, un giardinetto intorno. Un cubo.

 

Altre volte una sfera. Basta arrotondare le parti spigolose. Il cerchio è sia inscrivibile sia circoscrivibile rispetto al quadrato. E il passo dalla geometria piana a quella solida è semplice.

 Ancora come il Petrarca: il cerchio è la figura perfetta perchè non ha un punto d’inizio, non una fine. Di qui la sfera è ancor più perfetta. Ma Petrarca è per niente perfetto. Lui, le sue posie sono semplicemente senza inizio senza fine, senza alcun confine ben preciso. Trascendendo, la sensazione che ti rimane di tutto un quanto è giustamente un “nebuloso assortimento di sentimenti ben amalgamati e fatti diventare stelline sul cielo attraverso la canna del fucile del cuore”.

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Caccia alle rane
16 marzo, 2007, 12:44 am
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A Sisi

S’era appena fatto buio a Youzhu. Il fiume aveva seguito il sole fino al culmine della sua ascesa sui monti da dove era poi lentamente scomparso, lasciando sull’acqua una scia di punti luminosi. Una brezza serale aveva poi cominciato a spirare per le strade e viuzze del paese, dando sollievo ad un gruppo di anziani placidamente seduti su sdrai di bambù. Intorno, nel cortile, si erano riuniti numerosi e parlavano del caldo atipico di quelle giornate e del lavoro quotidiano nei campi. I più giovani, invece, si erano appostati in un angolo vicino all’ingresso e si organizzavano per andare in giro più tardi. Come al solito avrebbero fatto una passeggiata nel buio del villaggio o sarebbero andati vicino al fiume sedendosi sui ciottoli di pietra, a schiamazzare nel silenzio della notte e rientrare col favore del chiaro lunare.

Uno spicchio di luna fece capolino nel cielo, mentre il cortile si godeva ancora il fresco della brezza. Un bambino cadde e si rialzò subito: segno quasi divino per dire che era l’ora di rientrare.

-S’è fatto tardi, rientro a casa.- qualcuno esclamò.

E quella era la causa scatenante di quello che sarebbe accaduto dopo: quel qualcuno avrebbe piegato il suo sdraio di bambù per portarselo via; poi gli altri lo avrebbero seguito, per rientrare ognuno a casa propria, in un ordinato susseguirsi di azioni.

La legge seguita dal villaggio è quella stabilita dal sole: andare a letto al suo calare e svegliarsi al primo canto del gallo. E queste regole ferree, sono l’unico orologio di Youzhou.

Lontano, forse sulla soglia di una porta, vi fu un bagliore. Si potè appena percepire un qualcosa come:- Su andiamo, è ora.

Sbucò un uomo, ed a seguirlo un bambino. L’uomo teneva in mano una torcia elettrica e un bastone di bambù, il bambino teneva in mano una giara di bambù intrecciato ed era visibilmente eccitato dall’idea di uscire al buio.

L’uomo, probabilmente suo padre, lo chiamò e lo esortò ad accelerare i passi.

Sul ciglio della strada gli immancabili grilli frinivano incessantemente. E nei campi il gracidare delle rane faceva loro da accompagnamento. La torcia tenuta in mano dall’uomo veniva proiettata giù sui campi alla ricerca di qualcosa, mentre sulla strada principale cementata vi erano lampi di luce dal movimento repentino. In certi tratti, quando grilli e rane si concedevano una breve pausa, il bambino poteva avvertire il rumore dell’acqua che scorreva nei canali adiacenti alla strada: un lieve sciabordare.

I due deviarono per una strada secondaria e poi scesero per i campi, camminando sui bordi di terra creati dai contadini per delimitare le loro proprietà. Con quasi un sussurro l’uomo disse di non far rumore e il bambino fece un cenno con la testa, in un misto di ossequità e cieca obbedienza. Lo sguardo del bambino si posò su un improvviso movimento dell’acqua, che i raggi lunari resero più evidente. Lo riferì sottovoce all’uomo che rispose: –E’ soltanto un serpente.

-Papà, non c’è pericolo che ci morda?- chiese il bambino.

-Non era velenoso, fai attenzione comunque.- si sentì rispondere.

L’uomo puntò la torcia su una rana, che all’improvvisa luce si gettò nel fango. Il bambino osservò la scena da una certa distanza, curioso delle azioni dell’uomo.

Prima di avvicinarsi al punto di interesse, l’uomo proferì:- La rana pensa che stare sotto il fango sia al sicuro e non ha idea che sto andando verso di lei.

Nel dire ciò si avvicinò con cautela e puntata la torcia sul terreno fangoso, calò col bastone di bambù un colpo secco sull’animale, il quale non fece in tempo a fuggire. Il bambino raccolse la preda con un sorriso sulle labbra e lo mise nel contenitore. Passato il momentaneo stato confusionale, la rana cominciò ad agitarsi e il bambino sentì i suoi tentativi di salto nel buio dentro il contenitore, alla ricerca della libertà perduta.

Arrivata alla nona rana catturata, l’uomo chiese:- Pesa?.

Il bambino scosse il capo.

-Catturiamone un altro e ce ne torniamo a casa.

Il bambino, evidentemente eccitato, disse:- Sono buone le rane da mangiare papà?

-Poi le assaggeremo insieme a tua madre, sono deliziose!- e gli sorrise.

L’ultima rana fu individuata ai bordi di un canale d’acqua, ai confini del villaggio, nei possedimenti dei Cheng.

 

Strane storie si raccontavano sul loro conto, ma una su tutte era la pazzia della vecchia signora Cheng che era risaputa nel villaggio. Si dice che racattasse bambini orfani o abbandonati e che li portasse con sè, condividendo con loro il cibo della tavola del suo secondo figlio, mangiando seduta per terra, in un angolo. Una volta, quando era giovane e suo marito era ancora vivo, lei era conosciuta nel villaggio come la più gioiosa di tutte le donne, tant’è che non rifiutava un sorriso a nessuno.

Poi un giorno suo marito venne trovato morto sullo squarcio di una strada, con la bava alla bocca e gli occhi ancora socchiusi mentre lei venne trovata a girovagare per le strade senza scarpe, tenendo in mano un contenitore di veleno per topi, farneticando parole senza senso.

Il figlio più grande dei Cheng, invece, non era pazzo, ma un po’ strambo. Dall’età di diciasette anni non si lavava nè si tagliava i capelli; diceva che agiva in questo modo per diventare un Buddha vivente e che i suoi capelli eran il modo per raggiungere lo scopo. “Perchè i capelli sono fonte di immenso potere”- per queste sue parole era diventato lo zimbello del villaggio. Fatto sta che la gente lo evitava, perchè si racconta che avesse il vizio di portare con sè una forbicina e con questa tagliasse di nascosto i capelli altrui, per poi farne un intruglio che beveva di tanto in tanto, durante l’arco di una giornata.

   

Riconoscendo di essersi inoltrato troppo in là, o forse semplicemente un po’ a disagio nei possedimenti dei Cheng, l’uomo disse:-Torniamo a casa.

Ma proprio in quel mentre, ci fu uno tonfo, appena percepibile. Il bambino prontamente indicò col dito il punto esatto del movimento della rana e si ripetè il rituale che consisteva nel puntamento della torcia e il colpo col bastone di bambù. E cosa non meno importante il sentire i salti della nuova preda da parte del bambino.

- Lo porto io, chè è pesante. – E gli prese il contenitore di bambù.

A malincuore il bambino non protestò.

Sulla via del ritorno videro da lontano una signora dai capelli, che nell’oscurità, sembrarono ancora più bianchi. Portava un fagottino sulle spalle e incedeva lentamente e con una certa fatica.

Il bambino istintivamente si nascose dietro all’uomo e aggrappandosi ai suoi pantaloni, disse:- E’ la signora Cheng!.

La figura si ritrovò proprio a pochi metri di distanza, sempre col suo incedere lento. Il bambino sempre più spaventato aggrappandosi sempre più forte all’uomo, disse:- Papà, torniamo a casa subito?Ho paura!.

L’uomo restò fermo e non si mosse, guardando la signora con fare distaccato.

-Avete fatto buona caccia? Non avete catturato le rane buone che mangiano gli insetti cattivi vero? Vi colpirà un fulmine se li catturate!- così sentenziando, si allontanò lentamente, così come era venuta.

Il bambino vide che portava un fagotto sulle spalle e, quando appena una nuvola scoperse la luna, potè notare con stupore e un pizzico di orrore che spuntò la testolina di un neonato.      

Accortosi del disagio del bambino, l’uomo lo tirò per il braccio:- Su, torniamo a casa.

Si rimisero in cammino per il ritorno a casa, ripercorrendo a ritroso la strada cementata deserta. Il bambino già dimentico dell’incontro, nell’incedere dirigeva la torcia in ogni direzione, in una sorta di gioco. In lontananza, sui monti, vicino alle tombe, vide un fluttuare di bianco, che col buio fu ancora più nitido. Il bambino ebbe paura e si aggrappò di nuovo alla gamba del padre, il quale istintivamente lo guardò in viso poi volse lo sguardo verso i monti.

-Sarà qualcuno che si è dimenticato una busta di plastica, non avere paura.- lo rassicurò l’uomo.

-Papà potrebbe essere un fantasma? Zio Yang mi ha raccontato che quando è andato a prendere la legna ha incontrato un fantasma proprio in quella motagna lì ed è scappato a gambe levate. Mi ha detto che era uno spirito di volpe.

-Non avere paura, torniamo a casa da tua madre.-

Ripresero il cammino verso casa, dove li attendeva carne di rana e il ricordo di quella serata.



SINFONIA DI MARE
9 marzo, 2007, 10:48 pm
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SINFONIA DI MARE

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1.Preludio

 

Tutto era mare, cielo, mare, cielo, mare… Tutto era avvolto da un’oscurità tale che difficilmente si potevano distinguere le forme. L’oscurità della notte. Tutto era nero: le nuvole erano nere, il sole era nero, l’aria era nera, l’odore di salsedine nera, perfino le onde erano nere e l’acqua del mare era petrolio. Perle nere luccicanti incastonate su un tessuto di raso nero, liscio.

La strada che conduceva al mare era appena più di un sentiero, così stretta che a S sembrò strano che fosse a doppio senso. Q disse d’un tratto: “Sai, mio fratello mi ha insegnato una volta che quando guidi con il buio, la cosa migliore da fare è quella di prendere come riferimento la linea spartitraffico…”

Per tutto il tragitto S fissò quella linea bianca che sembrava fosforescente in mezzo a tanta oscurità .

 

Se lanci una monetina in mare, ritornerai ancora su quella spiaggia?

 

2. Alta marea – Minuetto

 

La monetina, se lanciata col cuore, ti richiama sempre. Dimentichi ormai del freddo che faceva al mare d’inverno di notte, ci si ritorna in spiaggia appena le giornate cominciano a diventare afose…ma in un’estate forse ancora troppo prematura.L’aria più umida che mai..

L’odore di mare fa pensare a un baccalà essiccato, un cumulo di sale bianco e sabbia, delle alghe che fluttuano, l’acqua che entra nel naso per sbaglio quando fai il bagno…e poi tossisci perché il tuo organismo ha bisogno di espellerla.

Se ti togli le scarpe e cammini sulla sabbia umida, quando camminerai di nuovo sulla sabbia asciutta a poco a poco i piedi ritorneranno asciutti.

 

Al ritorno S e Q trovarono il loro motorino tutto bagnato: erano d’accordo che l’aria era proprio umida. Meglio la città, si dissero.

 

3. Mare…straniero? – Lied

 

Quando si è giovani si fanno tanti programmi che poi tra la pigrizia e gli imprevisti-scuse non vanno mai mantenuti Fare jogging ogni dì è proprio tra questi..

In un battibaleno si arriva alla scogliera. Ripidissima. Poi c’è una stretta gradinata che porta fino giù…in spiaggia? Piano, piano…Così si scopre che la spiaggia non è una spiaggia, ma una spiaggetta. E che non è sabbiosa, ma ricoperta di ciottoli sui quali a starci seduti sopra non è per niente comodo.

Alle spalle un bar con un’ampia veranda. Un bar su quella strisciolina di similspiaggia e alle pendici della scogliera? Bell’idea.

S si immagina l’odore di ciambella che (non)arriva dal bar, Q lancia la prima pietruzza in mare, facendola rimbalzare sulla superficie, dando così via ad una gara senza vincitori.…E la calma dopo fa pensare a ciò che si vede. Scrutando l’orizzonte, comparivano e scomparivano delle vele bianche: come nella realtà!Una, due…tre vele bianche oscillavano lì su quel mare straniero, come sul mare del proprio paese. Il sole di Domenica era lo stesso: grande, riscaldava il paesaggio.

 

4. Mare-amare – Madrigale

 

Per sfuggire allo stress cittadino la domenica si va in spiaggia, anche se è ancora Primavera. “Anche se il tempo non è dei migliori, è giusto per fare una passeggiata rilassante sulla spiaggia.” Avete mai provato ad andare in una grigia domenica di Primavera in riva al mare? I quattro elementi (grigiore-domenica-Primavera-mare) ci devono essere tutti perché tu potrai percepire quella sensazione che non ti scorderai tanto facilmente.

Se osserverai bene, t’accorgerai che anche i gabbiani quel giorno si comporteranno in modo strano.

Se metterai la mano nell’acqua ti stupirai che non sono della temperatura che t’aspettavi.

E se ti stenderai per terra, supino, e guarderai al cielo coperto e cupo, strabuzzando gli occhi più che potrai per assorbire tutta quell’aria che è qusi tangibile, t’accorgerai solo allora…

 

Nel freddo della brezza marina chespira insolente contro la giovane pelle dei visi, S si strinse a Q e riparati dietro ad una cabina, si abbracciarono. Ecco, comincia a piovere fine.

 

5.One day beach – Scherzo

 

Q e S notarono con entusiasmo che il giorno prefissato era caldo e abbastanza estivo da poter andare in spiaggia.Ombrellone, asciugamani, minifrigo, crema solare, caricatotutto e via…! A godersi un raro giorno di quell’insolito Agosto freddo e piovoso.

La gente in spiaggia faceva compassione, i loro volti e corpi davano l’impressione di urlarti “Sono qua! Ti prego non togliermi questa occasione!”Un mare di formichine, un brulichio sulla spiaggia scomparsa……………..    …. ….      ………       .    .   .     …………………………       .   . 

 .… … … … ….. ……….. …… ….. ……… ……… ……… … … … … ……… …   …… …        .   . . . … . . .        .             ……………….     . …              ………………………….

I costumi multicolore, psichedelici, fosforescenti, di cattivo gusto…La “ciccia” che trabocca dappertutto, le espressioni insofferenti al caldo, il viavai senza sosta, il cercarsi e disperarsi, le grida e gli urli…Guardando ciò, il ridere di tutto ciò che si va a cercare.

Il trovare il posto al proprio ombrellone e infine l’addormentarsi sulla sabbia bollente sotto il sole cocente.

Al ritorno Q e S trovarono il traffico consueto di quell’ora e si raccontarono di tante storie interessanti…ma questa è un’altra storia.

 

6. (Molto?) Tempo dopo – Inno

 

No, non è l’ultima volta. Ce ne saranno molte altre ed un’altra, ed un’altra ancora…Dovunque è mare, che tu lo voglia o no. Perdersi in una città sul mare è fantastico: segui il tuo fiuto, dovesarà il mare? Non c’è da averne paura, è giusto un gioco tra te e il mare che non vedi, ma che (sai?) è al di là di quei palazzi che vedi. Non devi trovare la scorciatoia o imboccare la strada Giusta, perché succede che ti affanni per niente, poi ti siedi sconsolato sul ciglio della strada e quando finalmente ti rialzi per tornare a casa, lo scopri dietro l’angolo. A scintillare sotto i raggi del sole rosso che sta tramontando. Ti commuovi? Cos’è tutto questo sciabordare di luccichii? Proprio non si riesce a scampargli eh..

 Dovunque è mare, che tu lo voglia o no.

Dovunque ci sono tante storie da raccontare, sì, una marea di storie.

 



La vita vale la pena di essere vissuta solo se si ama…
21 febbraio, 2007, 5:15 pm
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Non retorica, ma fondamento di vita.




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